Mi chiedono spesso “come si fa a…” fare qualunque cosa.
Credo che la premessa imprescindibile sia l’umiltà.
L’umiltà di imparare quello che non si sa, informarsi, verificare, aggiornarsi.
L’umiltà di riconoscere i propri limiti e cercare di migliorarsi.
L’umiltà di analizzare le proprie capacità reali e capire se è possibile seguire quella strada o se, invece, sarebbe meglio dedicarsi a qualcosa che è più adatta al proprio sentire.
Sento spesso dire che “volere è potere” e sono d’accordo, in gran parte: ma la volontà deve essere granitica.
Qualunque cosa decidiamo di fare deve essere supportata da umiltà e impegno.
Così come non basta “volere” fare il chirurgo per essere un chirurgo (o un ingegnere, un atleta o qualsiasi altra cosa che richieda anni di studio e pratica), così non basta “volere” scrivere per essere uno scrittore.
Certo, ormai con l’AI tutti pensano di poter fare tutto, ma non è così. L’AI non può sostituire la mente umana, almeno allo stadio attuale.
Non basta avere un’idea se non sai come esprimerla.
Facciamo un esempio concreto: nei dizionari dell'uso più completi si contano tra i 250.000 e i 270.000 lemmi; se però inseriamo i termini super tecnici, medici, scientifici e informatici, il patrimonio potenziale supera i 2 milioni di parole.
Il Vocabolario di Base è composto da circa 7.500 parole: al suo interno ci sono le 2.000 parole del Vocabolario Fondamentale (come pane, casa, fare), che da sole bastano a coprire il 90% di tutto ciò che diciamo o scriviamo ogni giorno.
Chi ha completato la scuola dell’obbligo comprende il significato di circa 10.000 - 15.000 parole, ma ne usa quotidianamente molte meno: tra le 1500 e le 3000.
Chi ha frequentato l’Università, in particolare qualunque facoltà umanistica, conosce il significato di circa 40.000/50.000 parole e ne usa quotidianamente circa 5.000/8.000. più del triplo di qualcuno che ha frequentato la scuola dell’obbligo.
Un linguista, uno scrittore o un insegnante esperto capisce agevolmente oltre 80.000/100.000 parole (compresi termini arcaici, specialistici o letterari rari). Usa attivamente un vocabolario che va dalle 15.000 alle 20.000 parole.
Detto questo, che può sembrare molto classista, entrano in gioco le variabili: si può avere la Terza Media ma conoscere e usare moltissime parole, si può essere laureati ed essere solo eruditi, non colti. Cosa fa la differenza? La base: l’umiltà!
Il principio guida dovrebbe essere il socratico “so di non sapere!”. Indipendentemente da quanto si è studiato, l’umiltà di riconoscere che c’è un’infinità di cose da imparare e la volontà di imparare sono fondamentali.
Se, libri di testo a parte, avete letto solo l’oroscopo quotidiano e i risultati della partite non potete davvero pensare di scrivere un libro, di qualunque genere, illudendovi che sia un capolavoro assolutamente necessario per il prosieguo del genere umano (spoiler: praticamente niente lo è): nella migliore delle ipotesi, è una schifezza.
In quest’epoca esiste Internet, una enorme possibilità alla portata di tutti. Ai miei tempi bisognava ricordare a memoria, fare ricerche in biblioteca, prendere appunti (e non dimenticarseli sull’autobus), frequentare le lezioni: tutto era di una difficoltà estenuante, ma ci costringeva a pensare e imparare. Oggi, tutto lo scibile umano è a portata di click, ma la stragrande maggioranza delle persone passa il tempo a scrollare video insulsi.
Il livello culturale si sta abbassando, invece di crescere.
La fuffa mediatica invade ogni angolo.
Pensare di scrivere un libro è una missione, per noi stessi e per chi ci leggerà: occorre essere attenti.
La storia, l’idea alla base, è importante.
Il modo in cui è scritta è importante.
La coerenza è importante.
Inutile dire: “ma io scrivo per me stesso/a!” perché è una balla colossale, la scusa di chi non ha umiltà e voglia di impegnarsi e cerca un modo meno sgarbato per dire “io so’ io e voi non siete un cxxxx!”
Se davvero scriveste per voi stessi/e, allora non pubblichereste su Amazon, non cerchereste di divulgare la vostra magnifica opera, non cerchereste spasmodicamente un editore che investa su di voi: si scrive per se stessi, certo, per esprimere pensieri e raccontare storie, ma il passo successivo è renderle comprensibili e fruibili.
Non capisco perché, quando comprate un vestito, non vi preoccupate solo che vi copra le pudenda ma, anche e soprattutto, di come vi sta e della qualità… il sarto cuce per se stesso!
Non capisco perché, quando andate al ristorante, pretendete un piatto pulito e bello da vedere: dovete solo nutrirvi, anche una sbobba color escremento sbattuta in una ciotola sbeccata dovrebbe soddisfarvi… il cuoco cucina per se stesso.
La crisi del mercato editoriale non è dovuta solo al fatto che la gente non legge più, è anche e soprattutto perché è inondata di tali fetecchie che perde voglia e fiducia.
Quindi, aspiranti scrittori...
Leggete!
Studiate!
Informatevi!
Scrivete!
Riscrivete!
Controllate!
Fatevi aiutare, se necessario.
Accettate le critiche.
Poi, forse, potrete pensare alla pubblicazione.
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