mercoledì 1 luglio 2026

L'umiltà

Mi chiedono spesso “come si fa a…” fare qualunque cosa.

Credo che la premessa imprescindibile sia l’umiltà.

L’umiltà di imparare quello che non si sa, informarsi, verificare, aggiornarsi.

L’umiltà di riconoscere i propri limiti e cercare di migliorarsi.

L’umiltà di analizzare le proprie capacità reali e capire se è possibile seguire quella strada o se, invece, sarebbe meglio dedicarsi a qualcosa che è più adatta al proprio sentire.

Sento spesso dire che “volere è potere” e sono d’accordo, in gran parte: ma la volontà deve essere granitica.

Qualunque cosa decidiamo di fare deve essere supportata da umiltà e impegno.

Così come non basta “volere” fare il chirurgo per essere un chirurgo (o un ingegnere, un atleta o qualsiasi altra cosa che richieda anni di studio e pratica), così non basta “volere” scrivere per essere uno scrittore.

Certo, ormai con l’AI tutti pensano di poter fare tutto, ma non è così. L’AI non può sostituire la mente umana, almeno allo stadio attuale.

Non basta avere un’idea se non sai come esprimerla.

Facciamo un esempio concreto: nei dizionari dell'uso più completi si contano tra i 250.000 e i 270.000 lemmi; se però inseriamo i termini super tecnici, medici, scientifici e informatici, il patrimonio potenziale supera i 2 milioni di parole.

Il Vocabolario di Base è composto da circa 7.500 parole: al suo interno ci sono le 2.000 parole del Vocabolario Fondamentale (come pane, casa, fare), che da sole bastano a coprire il 90% di tutto ciò che diciamo o scriviamo ogni giorno.

Chi ha completato la scuola dell’obbligo comprende il significato di circa 10.000 - 15.000 parole, ma ne usa quotidianamente molte meno: tra le 1500 e le 3000.

Chi ha frequentato l’Università, in particolare qualunque facoltà umanistica, conosce il significato di circa 40.000/50.000 parole e ne usa quotidianamente circa 5.000/8.000. più del triplo di qualcuno che ha frequentato la scuola dell’obbligo.

Un linguista, uno scrittore o un insegnante esperto capisce agevolmente oltre 80.000/100.000 parole (compresi termini arcaici, specialistici o letterari rari). Usa attivamente un vocabolario che va dalle 15.000 alle 20.000 parole.

Detto questo, che può sembrare molto classista, entrano in gioco le variabili: si può avere la Terza Media ma conoscere e usare moltissime parole, si può essere laureati ed essere solo eruditi, non colti. Cosa fa la differenza? La base: l’umiltà!

Il principio guida dovrebbe essere il socratico “so di non sapere!”. Indipendentemente da quanto si è studiato, l’umiltà di riconoscere che c’è un’infinità di cose da imparare e la volontà di imparare sono fondamentali.

Se, libri di testo a parte, avete letto solo l’oroscopo quotidiano e i risultati della partite non potete davvero pensare di scrivere un libro, di qualunque genere, illudendovi che sia un capolavoro assolutamente necessario per il prosieguo del genere umano (spoiler: praticamente niente lo è): nella migliore delle ipotesi, è una schifezza.

In quest’epoca esiste Internet, una enorme possibilità alla portata di tutti. Ai miei tempi bisognava ricordare a memoria, fare ricerche in biblioteca, prendere appunti (e non dimenticarseli sull’autobus), frequentare le lezioni: tutto era di una difficoltà estenuante, ma ci costringeva a pensare e imparare. Oggi, tutto lo scibile umano è a portata di click, ma la stragrande maggioranza delle persone passa il tempo a scrollare video insulsi.

Il livello culturale si sta abbassando, invece di crescere.

La fuffa mediatica invade ogni angolo.

Pensare di scrivere un libro è una missione, per noi stessi e per chi ci leggerà: occorre essere attenti.

La storia, l’idea alla base, è importante.

Il modo in cui è scritta è importante.

La coerenza è importante.

Inutile dire: “ma io scrivo per me stesso/a!” perché è una balla colossale, la scusa di chi non ha umiltà e voglia di impegnarsi e cerca un modo meno sgarbato per dire “io so’ io e voi non siete un cxxxx!”

Se davvero scriveste per voi stessi/e, allora non pubblichereste su Amazon, non cerchereste di divulgare la vostra magnifica opera, non cerchereste spasmodicamente un editore che investa su di voi: si scrive per se stessi, certo, per esprimere pensieri e raccontare storie, ma il passo successivo è renderle comprensibili e fruibili.

Non capisco perché, quando comprate un vestito, non vi preoccupate solo che vi copra le pudenda ma, anche e soprattutto, di come vi sta e della qualità… il sarto cuce per se stesso!

Non capisco perché, quando andate al ristorante, pretendete un piatto pulito e bello da vedere: dovete solo nutrirvi, anche una sbobba color escremento sbattuta in una ciotola sbeccata dovrebbe soddisfarvi… il cuoco cucina per se stesso.

La crisi del mercato editoriale non è dovuta solo al fatto che la gente non legge più, è anche e soprattutto perché è inondata di tali fetecchie che perde voglia e fiducia.

Quindi, aspiranti scrittori...

Leggete!

Studiate!

Informatevi!

Scrivete!

Riscrivete!

Controllate!

Fatevi aiutare, se necessario.

Accettate le critiche.

Poi, forse, potrete pensare alla pubblicazione.




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