Quando ero piccola, i canali televisivi si contavano sulle dita di una mano.
La scelta era poca e, puntualmente, ogni volta che ci fermavamo su un film, mia madre diceva: "L'ho già visto" e così, gran parte della serata consisteva nel cercare qualcosa da vedere, senza trovarlo e si andava a letto per disperazione, distrutti più dallo sfinimento di cambiare manualmente canale e girare l’antenna – niente telecomandi e parabole, all’epoca – che dall’intera giornata.
Io non capivo.
Per me, così giovane, tutto era una novità assoluta.
Oggi, con gli anni e l'esperienza sulle spalle, mi ritrovo a fare esattamente lo stesso: che sia un film, una canzone o un documentario, mi rendo conto che la maggior parte delle cose le ho già viste.
Riconosco i remake, intercetto i rifacimenti, paragono l'originale alla copia.
Ma questo senso di déjà-vu non si limita allo schermo.
C'è qualcosa di molto più reale, e decisamente più inquietante, che mi fa dire oggi: "L'ho già visto".
Sto parlando delle ronde che stanno tornando a dilagare nelle nostre città.
Non serve scomodare solo la storia del Ventennio; basta guardare a tempi molto più recenti – come la stagione dei decreti sicurezza del 2008 – per riconoscere lo stesso identico copione.
Queste iniziative si nascondono dietro buoni intenti, come la difesa del quartiere o il desiderio di portare aiuto, ma sono cittadini frustrati in cerca di riscatto che girano per le strade col beneplacito del Governo, si sostituiscono alle forze dell'ordine e che scendono in strada a caccia del capro espiatorio, finendo per aggredire i più deboli e gli stranieri.
C'è chi cavalca quest'onda a livello politico per raccogliere voti, come Vannacci, e chi la trasforma in uno show per fare click sui social.
Penso alle pagine e ai canali nati nel mondo delle arti marziali o del pugilato da strada che, a caccia di visibilità, si sono trasformati in show di "pattugliatori" delle metropolitane e delle stazioni, o a chi è diventata famosa urlando "pickpocket" tra la folla, esponendo le persone alla gogna pubblica davanti agli smartphone, a torto o a ragione.
Questi personaggi si muovono su un filo molto sottile: la linea ufficiale è quella del reportage e del "rompere le scatole" per denunciare il degrado, ma la dinamica strutturale finisce inevitabilmente per scatenare o mostrare la violenza.
Si presentano con telecamere accese, operatori e spesso atleti o pesisti grossi e imponenti al seguito; vanno fisicamente nei luoghi caldi (banchine della metro, stazioni, piazze di spaccio), individuano i presunti borseggiatori o spacciatori e iniziano a tallonarli, a riprenderli a pochi centimetri dal volto e ad apostrofarli a voce alta per costringerli ad allontanarsi o per svelare il loro "modus operandi".
È un'azione deliberata per provocare e smascherare chi, secondo loro, delinque.
Quando i presunti borseggiatori o i piccoli spacciatori reagiscono spintonando o colpendo per primi, la "squadra" risponde per difendersi o bloccarli. Il risultato per chi guarda a casa è un video ad altissima tensione che sfocia spesso in pestaggi reali, risse furiose e sangue sui pavimenti delle stazioni (come le famose aggressioni subite o scatenate a Piazza di Spagna o a Ottaviano nel recente passato).
Pur vendendosi come "giornalismo di denuncia" o "dovere civico", questi format si basano sulla provocazione sistematica per generare lo scontro fisico, sapendo che la rissa e la violenza in diretta sono esattamente ciò che l'algoritmo di YouTube e i social premieranno con milioni di visualizzazioni e monetizzazione.
Eppure, nemmeno chi di dovere interviene a fermarli. E la gente resta a guardare.
Qualcuno, addirittura, è stato convocato alla Camera dei Deputati in qualità di “esperto” del degrado urbano: l’intento, ovviamente, era quello legittimarlo per poi candidarlo e portarlo definitivamente in Parlamento, ma non ci sono riusciti.
Troppo surreale per essere vero? Cercate, per esempio, questa notizia: Simone Ruzzi, in arte “Cicalone”, invitato alla seduta del 3 dicembre 2025 della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle periferie e il degrado urbano, organizzata e guidata ufficialmente dal presidente Alessandro Battilocchio (Forza Italia).
Mi chiedo: qual è il confine?
Riconoscere un pericolo e segnalarlo alle autorità è un dovere civico, ma quando la segnalazione diventa un linciaggio mediatico, quando il controllo si trasforma in caccia all'uomo, quando il cittadino si fa giudice, giurato ed esecutore sul marciapiede per fare visualizzazioni, abbiamo già ampiamente sconfinato nel fascismo.
Quello che mi spaventa di più, però, non è tanto chi partecipa in prima persona: mi inquieta di più chi assiste e non fa nulla, chi non si rende conto del pericolo o lo minimizza perchè non lo riguarda da vicino.
Cambiano le piattaforme, cambiano le facce e i nomi, ma il film è sempre lo stesso.
E, purtroppo, aveva ragione mia madre: l'abbiamo già visto.
È tempo di alzarsi dalla poltrona e smettere di far finta che vada tutto bene.
È tempo di agire.
Vi lascio con le parole di Martin Niemöller - erroneamente da decenni attribuite a Bertolt Brecht), scritte per denunciare l'apatia dei cittadini tedeschi di fronte all'ascesa del nazismo.
"Prima vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi nulla perché non ero comunista.
Poi vennero a prendere gli ebrei,
e io non dissi nulla perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere i sindacalisti,
e io non dissi nulla perché non ero sindacalista.
Poi vennero a prendere i cattolici,
e io non dissi nulla perché ero protestante.

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