sabato 8 agosto 2026

Il peso delle parole.

 Mi capita spesso di riflettere sul rapporto tra genitori e figli e sulle motivazioni che spingono gli esseri viventi a moltiplicarsi, anche se per qualcuno non ho titoli, dal momento che non sono madre.

Però sono figlia, ho studiato e continuo a studiare molto e, infine, credo di avere almeno un neurone ancora funzionante.

Mettere al mondo un figlio è un atto di puro egoismo, per quanto ammantato di buone intenzioni: ci stiamo arrogando il diritto di catapultare qualcuno in una vita e in un mondo che non ha scelto, esattamente come hanno fatto con noi e con tutte le generazioni che ci hanno preceduto.

Ci sono cascata anch’io, lo ammetto: c’è stato un tempo in cui ho desiderato essere madre, ma nessuna delle mie figlie è sopravvissuta.

Ho sofferto molto, oggi ne sono quasi “felice”.

Sarei stata una pessima madre, lo so, io per prima sono inadatta alla vita: non avrei potuto sopportare il mio stesso sguardo negli occhi di qualcun altro.

Ci riproduciamo senza pensare alle conseguenze, seguendo il flusso degli ormoni e della Storia: è un istinto animalesco, direi, lo stesso che muove cani o scarafaggi e persino le piante.

Non basta una bella casa e la stabilità economica: quasi nessuno si chiede se sarà capace di essere un genitore e, ancor meno, se quel figlio sarà felice di nascere. Lo facciamo e basta, da sempre, quasi come una vendetta a catena di generazione in generazione.

E poi?

Poi, sempre se abbiamo la “fortuna” di riuscire ad avere figli – pure sani, che non è scontato – proiettiamo su di loro le nostre frustrazioni e le nostre ambizioni.

Qualche giorno fa, sotto a un post che parlava di tutt’altro, ho letto un commento, terrificante: "un libro è come un figlio, non se ne è mai completamente soddisfatti."

Non so se sono solo io, nella mia follia, a cogliere la violenza di questo pensiero.

Paragonare un figlio a un libro è sbagliato, per tanti motivi.

È vero: entrambi “nascono” dalla nostra volontà, dal nostro egoismo, per soddisfare un nostro bisogno: non sono “necessari” al mondo.

Un libro, però, è inerte: lo si può correggere, riscrivere o distruggere, perché il risultato finale dipende esclusivamente dall'abilità dell'autore.

Un figlio è inerme, almeno nei primissimi anni: subisce senza potersi opporre e, poi, passa la vita a cercare di essere – o non essere – una mera proiezione dei suoi genitori mentre loro lo inseguono e continuano a imporsi, credono che sia un loro “diritto” dopo tutti i sacrifici che hanno fatto per crescerlo.

Ma un figlio non appartiene a chi lo ha messo al mondo.

Un figlio è un essere senziente, non un progetto che si sviluppa e completa secondo i desideri di qualcun altro.

Non ha chiesto di nascere, non gli è stato fatto alcun favore e non deve nulla a nessuno, se non a se stesso.

Non è un contratto, non è un investimento che deve rendere secondo le aspettative altrui.

Spesso si sente dire che fare figli sia necessario per assicurarsi qualcuno che si prenda cura di noi quando non saremo più in grado di farlo. Questa argomentazione tradisce la vera natura utilitaristica che si cela dietro alle nascite: un do ut des. La regola non scritta diventa: «Mi sono occupata di te quando eri inerme, ora tocca a te ricambiare».

Peccato che quella cura iniziale sia la conseguenza di una nostra scelta, non un debito da riscuotere: avremmo potuto viaggiare, andare al cinema, invece ci siamo "sacrificati" e ora possiamo presentare il conto.

Questo presunto debito, in realtà, inizia dal giorno del concepimento, quando imponiamo a un nuovo essere un nome, una patria, una lingua e una morale.

Nel regno animale la cura parentale è finalizzata all'autonomia e, a un certo punto, finisce. L'essere umano, invece, ammanta questo attaccamento permanente di lustrini ipocriti, millantando crediti eterni in nome del concetto sacro di "famiglia".

Ma cos’è davvero la famiglia?

Si racconta che la celebre antropologa Margaret Mead identificò il primo segno di civiltà in una cultura antica non nel ritrovamento di armi o utensili, ma in un femore rotto e poi saldato. Nel mondo naturale, una frattura simile conduce inesorabilmente alla morte: non si può fuggire dai predatori, né cercare cibo. Un osso guarito è la prova che qualcuno si è preso cura di quell'individuo, proteggendolo e nutrendolo durante l'immobilità.

In sé, quindi, la famiglia è un mero patto di non aggressione e cura tra persone che cercano alleati contro un mondo ostile. Questo modello, vincente, è in qualche modo l’evoluzione del branco, con rapporti molto più sofisticati e codificati: quando uno dei membri non corrisponde alle caratteristiche necessarie per farne parte o, ancora peggio, si oppone per affermarsi come individuo, il branco reagisce cercando di “riportarlo alla ragione” o, se impossibile, lo allontana o lo uccide.

E qui torniamo alla riflessione sulla “soddisfazione” che i figli dovrebbero darci.

La soddisfazione è egoriferita: appartiene a chi la prova.

Se il metro di giudizio di un genitore fosse il successo professionale e il figlio scegliesse invece una vita umile ma coerente con la propria felicità, quella soddisfazione rimarrebbe piena e legittima: il figlio non deve rendere conto delle proprie inclinazioni, né deve pagare alcun pegno per una vita che non ha chiesto di ricevere.

Possiamo certamente essere felici – o tristi - per un figlio, ma non secondo i nostri parametri e, soprattutto, dobbiamo rispettare i suoi.

Credo che tutti, genitori o meno, dovrebbero leggere attentamente Il saggio di Alice Miller "Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé" (1979), che esplora magistralmente il modo in cui i bambini siano costretti a reprimere la propria identità per compiacere i genitori.

Alice Miller parte da un'idea semplice ma rivoluzionaria: spiega che un bambino amato solo in funzione di ciò che fa per i genitori — bravura, compostezza, successo — impara a costruire un falso Sé pur di restare amabile, relegando i propri bisogni e sentimenti autentici in un angolo nascosto; questo, spesso, produce adulti esteriormente realizzati ma interiormente svuotati, perché il loro successo non è mai appartenuto davvero a loro.

So già che le persone prive di capacità critica stiracchieranno l'argomento fino al punto di rottura, obiettando banalità del tipo: «Ma allora abbiamo solo doveri e nessun diritto?». Esattamente. Vi siete già arrogati il diritto di mettere al mondo un essere umano e di dargli istruzioni a cui, per anni, non ha potuto opporsi. Avete il diritto di dissentire dalle sue scelte, ma non quello di imporgli le vostre.

E a chi chiede: «Ma se diventa un delinquente dobbiamo esserne felici?», rispondo: no. Ma dovete innanzitutto farvi un esame di coscienza e capire dove il contesto familiare ha fallito, e poi supportarlo. Supportare non significa giustificare o minimizzare: in quanto essere senziente dovrà affrontare le proprie responsabilità. Ma voi dovete accompagnarlo senza perdere il focus, ricordando che la parte lesa non siete voi o il vostro orgoglio ferito.

Vi lascio con una frase di Alice Miller perché tutti, indistintamente, abbiamo bisogno di “guarire”.

“Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato né cancellare i danni che ci furono inflitti nell'infanzia; possiamo però cambiare noi stessi, riparare i guasti, riacquisire la nostra integrità perduta.”

Voi cosa ne pensate?




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