giovedì 10 settembre 2026

Il lusso dell'ortodossia

Prendo spunto dalla notizia dello sciopero organizzato dalle lavoratrici e dai lavoratori della Tour Eiffel in risposta alla richiesta di nascondere le lavoratrici durante la visita della delegazione induista.

Indignarsi è giusto e doveroso, come in ogni occasione in cui viene lesa la dignità delle persone.
Da atea, non mi interessa assolutamente nulla dell’appartenenza religiosa di chi cerca di imporre le proprie idee, ma resto perplessa dalla disparità di trattamento.
Ci scandalizziamo per le richieste degli induisti, biasimiamo e condanniamo con forza il mondo islamico, ma non una parola quando le stesse cose vengono dette e fatte da altre religioni e altri popoli.
Il patriarcato religioso e la rigidità dogmatica non hanno passaporto: cambiano i testi “sacri”, ma l’orrore è lo stesso.
Cominciamo con il cristianesimo, visto che più o meno siamo tutti stati battezzati e, ufficialmente, siamo iscritti all’albo dei credenti: se applicato alla lettera secondo i testi fondanti e le epistole paoline, delinea una struttura sociale marcatamente gerarchica e sottomessa, dove alla donna spetta tradizionalmente il silenzio liturgico e la subordinazione coniugale, oltre a un controllo dogmatico totale sulla sessualità e sui corpi che farebbe gridare al regime teocratico se venisse tradotto in legge dello Stato.
Che, poi, il 99% non segua tutte le regole (quelle troppo difficili e poco convenienti da rispettare) è un altro paio di maniche, ma il patriarcato è tristemente ben radicato nella cultura, indipendentemente dalla religione.
Prendiamo il giudaismo ortodosso. Sebbene mai esposto nel dibattito pubblico, impone regole che non hanno nulla da invidiare a quelle islamiche più stringenti. Nelle comunità osservanti, la modestia è un imperativo assoluto: le donne sposate hanno l'obbligo di nascondere i propri capelli in pubblico, considerati fonte di tentazione. Lo fanno con le parrucche, le sheitel, un escamotage visivo che rende tutto più accettabile agli occhi dell'occidente laico, ma la ratio di fondo è identica a quella di qualsiasi velo imposto altrove.
Le donne sono separate dagli uomini, tenute nascoste, discriminate sempre e comunque. Quando la situazione non lo consente, si può arrivare anche alla follia di tentare di salire su un aereo di linea avvolti in grandi sacchi di plastica trasparenti pur di isolarsi e non correre il rischio di contaminarsi. No, non si tratta di musulmani e nemmeno di induisti, ma di ebrei ortodossi.
Se parliamo di cibo, la kashrut ebraica è un labirinto di divieti e separazioni — tra carne e derivati del latte, metodi di macellazione e certificazioni rabbiniche — infinitamente più minuzioso e complesso di molte regole alimentari islamiche o di qualunque altra religione.
Vedo un sacco di musulmani nei supermercati italiani e nelle scuole pubbliche, ma non ho mai visto ebrei ortodossi con la kippah: hanno le loro scuole e i loro supermarket. Addirittura, sono stata cacciata in malo modo dal reparto kosher del Carrefour Market di Via Soderini a Milano – zona storicamente legata alla comunità ebraica: forse pensavano volessi fare chissà quale attentato, io cercavo solo la tahina... E, tra parentesi, non mi pare di ricordare reparti halal nei vari Carrefour. Lavoravo da quelle parti e non c’è stato giorno in cui l’esercito schierato a protezione del Centro Chabad non mi abbia fermato per via della kefiah. L’esercito c’è pure a Via Padova, per dire, ma per altri motivi, ma non davanti ai centri islamici come “protezione”.
La macellazione rituale islamica (dhabiha per la halal) viene regolarmente – giustamente - stigmatizzata nel dibattito pubblico come una barbarie medievale incompatibile con i nostri standard, mentre la macellazione rituale ebraica (shechitah per la kosher) — che prevede metodi analoghi basati sul dissanguamento dell'animale senza stordimento preventivo — gode di una assoluta immunità mediatica e politica.
Se un gruppo di musulmani occupasse gli spazi comuni per celebrare le proprie festività o allestire strutture temporanee, scatterebbero immediatamente proteste inferocite, esposti in prefettura e titoli sui giornali. Quando lo fanno gli ebrei ortodossi per la festa del Sukkot, al massimo si discute civilmente di regolamenti di condominio o di decoro urbano, senza che la cosa diventi un caso nazionale di scontro identitario o di rigetto culturale. E poi, le capanne le costruiscono lo stesso.
L'intolleranza verso la parità di genere non è un'anomalia di una sola fede, ma una costante di tutte le ortodossie quando dettano legge. Le regole e le regolette assurde non sono appannaggio di una religione, ma di tutte.
ll punto non è fare una gara a chi è più retrogrado o assolvere questa o quella religione: il punto è smetterla con l'ipocrisia di usare la condizione della donna come clava politica solo quando fa comodo alla narrazione del "noi buoni contro loro cattivi", fingendo che le nostre radici non siano imprigionate delle stesse identiche catene.
Un applauso alle lavoratrici e ai lavoratori della Torre Eiffel e a tutti quelli che, con forza, si oppongono a qualunque discriminazione, indipendentemente dallo spessore del portafogli del fedele di turno.




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