Chi è Antonio Agostino?
Antonio Agostino è l’incarnazione attuale di un’entità autocosciente che ha deciso, per qualche motivo, di sperimentare quest’epoca in una regione del tutto anonima del profondo Sud Italia. Sin da piccolo ha vissuto a cavallo fra il cosiddetto mondo reale (della cui realtà oggettiva non è mai stato sicuro neanche da bambino) e innumerevoli mondi fantastici che ha scoperto attraverso la lettura e i lunghi pomeriggi estivi passati ad annoiarsi e inventare qualcosa con i suoi amici. All’inizio della sua carriera letteraria ha cercato vari pseudonimi anglofoni, tipo Thorn Augustin, Anthony A. G. Augustins e scemenze del genere, ma poi ha abbandonato ogni velleità da fuffa guru.
Sei un uomo di scienza: come mai hai scelto di esplorare il genere fantasy, in tutte le sue declinazioni?
Mi sono appassionato ai misteri del cosmo durante il liceo e, siccome studiare mi riusciva particolarmente bene, decisi di diventare astronomo e ci riuscii. Dopo qualche anno di ricerca nel settore delle radiogalassie, durante i quali continuavo a coltivare i miei interessi da nerd, decisi di cambiare vita, attraversai un periodo in cui la mia funzione d’onda rimase indefinita per qualche altro anno, misi su famiglia e mi dedicai all’insegnamento della matematica e della fisica nei licei, con grande soddisfazione personale. E la notte, invece di guardare Netflix o le partite, continuavo a scrivere e a raccontare le storie che prendevano vita nei miei mondi visionari.
Com’è nato Gens Tenebrarum?
Come quasi tutti i miei romanzi, Gens Tenebrarum è nato da una delle campagne di D&D più belle che abbia mai giocato, negli anni ‘90. Era una campagna piuttosto particolare: un gruppo composto esclusivamente da chierici veniva inviato a indagare su un’epidemia di vampirismo in un remoto feudo medievale dell’Impero bizantino.
L’idea mi rimase addosso. Aveva già allora qualcosa che mi affascinava profondamente: uomini di fede costretti a confrontarsi con qualcosa che sembrava appartenere al soprannaturale, ma che metteva in discussione proprio la natura della loro fede. Per anni ho tenuto quel progetto nel cassetto. Sentivo di non essere ancora pronto a raccontarlo come volevo. Aspettavo, forse ingenuamente, di raggiungere una certa maturità narrativa.
Qual è stato il momento più faticoso durante la sua stesura?
Il momento in cui ho capito che dovevo bruciare tutto e ricominciare da capo. Nella prima versione Elexeion era un uomo pio, dalla fede praticamente incrollabile. Auraksos era il classico cavaliere coraggioso e virtuoso. Alexandra, addirittura, era Alexander – uno Stregone.
Poi hanno cominciato lentamente a ribellarsi.
Elexeion è diventato un inquisitore molto poco adatto a fare l’inquisitore, pieno di dubbi, debolezze, desideri e contraddizioni. Auraksos ha perso gran parte della sua patina eroica per diventare qualcosa di molto più ambiguo. Alexandra ha acquisito un’identità completamente diversa e un ruolo che, nella storia originaria, non sarebbe neppure stato concepibile.
Credo sia stato allora che Gens Tenebrarum abbia smesso definitivamente di essere la trasposizione di una campagna di ruolo e sia diventato un romanzo.
Qual è il messaggio o la sensazione che vorresti rimanesse al lettore una volta finito il libro?
Può sembrare una risposta banale, ma vorrei che il lettore sentisse la necessità di leggere altre storie ambientate nel medioevo alternativo in cui è ambientato Gens Tenebrarum, di esplorare altri territori e conoscere le loro storie, di scoprire cosa succede dopo le vicende raccontate.
Il messaggio che vorrei rimanesse al lettore si condensa in tre domande: «Che cosa sono i mostri?»
«Chi decide chi sono i mostri?»
«Chi trae beneficio dal fatto che noi crediamo alla risposta?»
C'è una domanda che avresti voluto ti facessero sul tuo libro e che nessuno ti ha ancora fatto?
Mi piacerebbe che qualcuno si interrogasse sul significato del finale, anche se difficilmente darei una risposta, perché non ce n’è una sola.
Ho costruito il finale su almeno tre livelli, legati ad altrettanti gradi di conoscenza esoterica. Il primo è perfettamente accessibile attraverso ciò che accade nella storia. Il secondo richiede di riconoscere alcuni simboli disseminati nel romanzo. Il terzo… diciamo che dipende molto da ciò che il lettore porta con sé.
Non perché esistano lettori “degni” e lettori che non lo siano. Semplicemente perché davanti allo stesso simbolo ognuno vede ciò che i propri strumenti gli permettono di vedere.
Ed è proprio questo, in fondo, uno dei temi del romanzo.
Come nasce la tua scrittura: pianificazione minuziosa o abbandono all'istinto?
Progettazione meticolosa, direi maniacale, a partire dal concept, passando per il worldbuilding, la creazione del sistema magico, la struttura generale dei capitoli e, soprattutto, lo sviluppo dei personaggi, con diagrammi di flusso per rappresentare gli archi dei personaggi, le loro intersezioni e conseguenti evoluzioni.
Qual è il segreto per scrivere un buon libro?
Ho frequentato vari corsi di scrittura immersiva e studiato numerosi manuali di neuroscienze. C’è una bella differenza fra lo scrivere per se stessi, per puro diletto, e lo scrivere per un pubblico – soprattutto quando si tratta di un pubblico freddo che non ti conosce. Cercare uno stile asciutto ma evocativo, mostrare poco a poco i segreti del tuo mondo senza fare spiegoni, interpretare correttamente il punto di vista del personaggio sono tre dei tanti ingredienti per cucinare un buon libro.
Editoria tradizionale o autopubblicazione?
Sono entrambe strade valide ed esperienze che vale la pena fare. L’editoria tradizionale ti insegna a muovere i primi passi in un mondo sconosciuto e ti aiuta a farti conoscere. Poi, una volta che ti sei fatto le ossa, può essere istruttivo muovere qualche passo da solo nel mondo dell’autopubblicazione, per capire come funzionano mercato e promozione. Ritengo che in entrambi i casi siano fondamentali il confronto con altri autori, l’arricchimento esperienziale reciproco e la voglia di mettersi in gioco.
A cosa stai lavorando adesso?
Attualmente sto revisionando l’ultimo capitolo della Saga dell’Orologiaio, nata nel lontano 2015, scritta a quattro mani con il mio Fratello Frllo e mai conclusa, a dispetto dell’entusiasmo iniziale con cui è stata accolta. In questi ultimi anni sono stato impegnato in altri progetti editoriali, ma non ho mai smesso di lavorare alla mia prima saga, perché ritengo che sia davvero una bellissima storia e che meriti di arrivare a conclusione.
E poi in cantiere c’è Trollborn: una leggenda nordica – il progetto che ho più a cuore, perché nato e coltivato insieme al mio fratello nello spirito, Rig Asmundr, che aspetta di leggerlo nel Valhalla insieme ad altri eroi che sono morti combattendo come lui.
Il romanzo nasce dall’incontro tra il fantasy epico e l’immaginario della Scandinavia medievale, rielaborato attraverso una storia originale che intreccia avventura, mito, folklore e formazione personale. Al centro della vicenda c’è Agnar, un giovane mezzotroll costretto a confrontarsi con una natura che non ha scelto e con un mondo nel quale uomini e creature del mito non sono nettamente separati tra loro.
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