giovedì 3 settembre 2026

Antonio Agostino Intervista Adelia Salerno

Chi è Adelia Salerno?

A 58 anni suonati, non saprei dire esattamente chi o cosa sono: non credo sia possibile ridurre l’anima e i pensieri di qualunque persona a qualche definizione più o meno prolissa.  Diciamo che sono un essere umano in continua trasformazione e che questa necessità di evolvermi mi ha portato a vivere molte vite, a cambiare spesso luoghi e persone. L’unica, vera costante è rimasta l'arte — nella scrittura come nella pittura — insieme al salvataggio e alla cura di chi non ha voce, come i randagi che mi hanno sempre accompagnato. 

Partiamo dall’inizio. Com’è nato Anomalie?

Come detto, ho vissuto molte vite e cambiato molti posti. Non mi sono mai curata del bel mondo, quello che attira l’interesse dei più: ho cercato di “vedere” le persone, le ho seguite anche nei loro angoli più bui, storti e imperfetti. Anomalie nasce da questo percorso, da questa serie di incontri, dalle cose che ho visto e che ho vissuto sulla pelle, senza retorica. È nato nella mia mente molti anni fa e, col tempo, ha preso forma. Non era previsto che fosse scritto, ho più l’animo di un griot che di una scrittrice, ma ho sentito che era arrivato il momento giusto per “consegnare alla morte una goccia di splendore”, come diceva Fabrizio De Andrè.

Ogni personaggio ha una storia davanti alla quale è impossibile restare indifferenti. Come hai fatto a crearli?

Non è importante la cronaca, non cambia nulla sapere se le storie siano vere o meno: forse sì, forse no, forse sono solo l’eco di ciò che è stato o sarebbe potuto essere. Sono persone, sono vite, sono anime alla ricerca di un pezzettino di terra asciutta sulla quale riposarsi dopo aver nuotato a lungo in un mare in tempesta. Qualcuna ci riesce, qualcuna no.

Ho visto tanto, ho vissuto tanto, e non volevo che tutto questo andasse perduto.

Mi fa molto piacere che tu dica che non si rimane indifferenti. È proprio l’indifferenza a uccidere l’anima delle persone: chi la prova, ha smesso di farsi domande; chi la subisce, non ha la possibilità di rispondere.

Il libro parla di persone invisibili, emarginati della società. Eppure leggendo le loro storie c’è tanto di ognuno di noi: ci troviamo come di fronte a uno specchio, sia come vittime sia, a volte, come carnefici.

Come si suol dire, siamo tutti il “cattivo” nel racconto di qualcuno e, spesso, siamo così indulgenti verso noi stessi da considerarci sempre dalla parte della ragione. Siamo imperfetti, tutti. Credo che l’unica differenza stia nel cercare di non fare del male volontariamente, riflettere prima di parlare o agire, accogliere e non respingere: comprendere che gli “altri” sono fatti di carne e sangue come noi, che hanno desideri e fragilità, provano dolore e gioia, è il primo passo verso la consapevolezza di sé.

Mi sono limitata a raccontare cose e persone, senza giudizi, senza pietismi, cercando di non cadere nella trappola del racconto strappalacrime – anche se alcune storie ne meriterebbero più di una.

I miei libri sono un invito a guardare oltre le apparenze, a non respingere, a non giudicare frettolosamente. Non sempre si può aiutare, molto spesso non ne abbiamo gli strumenti, ma far sapere a qualcuno che è in difficoltà che non è invisibile, è già un dono prezioso.

Parlaci un po’ di te. Cosa ti piace? Cosa detesti?

Mi piacciono tantissime cose, e ne detesto altrettante. Amo gli animali e mi definisco tale anch’io: non ci sono calcoli, retropensieri, secondi fini nel relazionarsi, è puro piacere di passare del tempo assieme. Gli animali sono uno specchio, se ci pensi: riflettono ciò che fai tu. Adoro i colori, mi piace dipingere, anche se non ho mai studiato; mi piace cucirmi i vestiti da sola, perché non trovo mai qualcosa di preconfezionato che mi piaccia davvero. Mi piace il vino rosso, e un buon libro. Mi piace l’odore del pane e quello dell’oud. Mi piace tutto quello che mi fa riflettere e meravigliare. 

Odio visceralmente i fascisti. Il fascismo, per me, non è soltanto una questione politica lontanissima dalle mie posizioni: è uno stile di vita fatto di prevaricazione, aggressività, arrivismo, certezze granitiche, rigidità mentale, superficialità, pregiudizio, vanagloria, ipocrisia, opportunismo. Non riesco ad avere a che fare con certe persone e me ne tengo ben distante.

Detesto la scrittura di consumo fatta con lo stampino, i romance sfornati in serie solo per seguire l'algoritmo, tutto ciò che è scritto senza passione, senza stile e senza nient'altro da dire se non copiare formule già viste.

Dove hai imparato a scrivere così bene? Non intendo solo le strutture grammaticali e sintattiche (cosa, oggi, non scontata nemmeno fra le grandi firme del mondo letterario), ma soprattutto lo stile fluido e immersivo e la capacità di mostrare poco a poco i tasselli del mosaico?

Non so se scrivo “bene”. La mia generazione era quella che, alle elementari, doveva scrivere i “pensierini”: i miei erano piuttosto bizzarri e complessi, tanto che la maestra arrivò a pensare che qualcuno, in casa, mi aiutasse; non era così, e l’ho dimostrato in classe. Credo che l’imbarazzo più grande della mia vita sia stato quello di dover leggere ad alta voce quello che avevo scritto, non solo davanti ai bambini della mia classe, ma anche nelle altre sezioni.

Sicuramente gli studi fatti (Liceo Classico e Laurea in Lettere) mi hanno aiutato a sviluppare una dote che già avevo.

Ma non basta: bisogna leggere, tanto; imparare dai grandi autori; pensare, scrivere, rileggere, cestinare tutto e ricominciare da capo, rileggere… Non bisogna mai sentirsi perfetti, è necessario avere sempre l'umiltà di mettersi in discussione.

Ci sono voluti tre anni per trovare il coraggio di pubblicare *Anomalie* e *Matrilineare*, e se la mia amica non avesse cliccato sul tasto di invio, probabilmente, starei ancora a lavorarci su.

A proposito, cosa ne pensi dei premi letterari?

Sono sincera: non c’ho mai pensato. Sicuramente, un tempo potevano essere considerati una vetrina e un trampolino di lancio per un autore; oggi, come un po’ tutto, temo siano diventati una farsa, vince chi è più sponsorizzato, a torto o a ragione. Io non parteciperei mai, non mi piace mettermi in mostra, esibirmi. 

Non vincerei mai ma, nel caso, dovrei assumere una controfigura che si occupasse delle incombenze sociali: io non ne sono capace.

Che idea ti sei fatta del mondo editoriale di oggi?

Il mondo dell’arte è sempre stato difficile: pensa a Kafka, a Bukowski, a Poe, o a pittori come Van Gogh, Modigliani, Gauguin. Tutti a sbarcare il lunario in qualche modo. La verità è che non si vive di arte, a meno che non si provenga da una famiglia ricca. Oggi la competizione è ancora più iniqua: tutti scrivono, grazie anche agli “Aiutini Informatici”, ma nessuno legge. L’autopubblicazione – che io per prima uso - può essere un’opportunità meravigliosa, ma bisogna fare i conti con milioni di libri raffazzonati e, al solito, se non paghi non emergi. Le case editrici, giustamente, fanno il loro lavoro e devono guadagnarci: alcune pubblicano qualunque schifezza, facendosi pagare per farlo; altre non investono in autori sconosciuti per non rischiare un tracollo finanziario. E’ complicato, ognuno ha le sue ragioni e chi ci rimette sono i lettori, travolti da libri indegni, e gli scrittori che hanno qualcosa da dire e sanno farlo bene.

Che consigli daresti a una scrittrice emergente?

Non sono la persona più adatta a dare consigli, posso solo dire quello che sto facendo io. Non sto investendo soldi – sarebbe un controsenso visto che i ricavati delle vendite servono a sfamare i randagi: sto investendo tempo. Non serve autopromuoversi ovunque e a sproposito, l’effetto è controproducente: occorre costruirsi una credibilità, farsi conoscere, interagire. Credo che la parola chiave sia “generosità”: non possiamo pretendere solo di ricevere, chi investe il proprio tempo – e soldi - su un libro ha il diritto di trovarsi tra le mani qualcosa che ne valga davvero la pena e non un delirio sgrammaticato senza capo né coda; dobbiamo anche concedere spazio agli altri autori, interagire, commentare, riconoscere i meriti, criticare senza cattiveria quando necessario. E bisogna leggere tanto, non mi stancherò mai di dirlo.

E arriviamo alla domanda inevitabile. Progetti in cantiere? Sei già al lavoro per la prossima opera?

Ho un terzo libro già “pronto”, in realtà. Quello che manca, è il coraggio di pubblicarlo e non so se lo troverò mai.

Leggi l'intervista originale qui 




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