"Non è facile raccontare una storia.
Quando ho iniziato a scrivere, non sapevo esattamente dove le parole mi avrebbero portato: non avevo un progetto ben definito in mente, ma solo l’urgenza di mettere, nero su bianco, pensieri e sensazioni.
Ero rimasta affascinata da un’informazione letta per caso: tutti noi, indipendentemente dal sesso, ereditiamo lo stesso DNA mitocondriale delle nostre madri - lo stesso delle nostre nonne e trisavole – così, a ritroso nei secoli, per tutto l’albero genealogico. Gli spermatozoi non possono trasmettere il loro DNA mitocondriale, le paternità si perdono inesorabilmente nel tempo.
Noi custodiamo e tramandiamo l’essenza delle nostre antenate: è un grande onore e un grave fardello.
La Vita è matrilineare.
Mi sono concessa il lusso di immaginare luoghi e persone e di dar loro un carattere, pregi e difetti che non fossero necessariamente la cronaca di ciò che ho vissuto ma, piuttosto, frammenti di DNA mitocondriale ricombinati.
Pensavo che sarebbe stato divertente, invece è stato estremamente doloroso.
Vi è mai successo di avere pensieri non vostri, déjà-vu che non sapete spiegarvi, di essere travolte da malinconie improvvise e lacrime senza un motivo apparente?
Forse, assieme al patrimonio genetico, a ogni essere umano vengono trasmessi anche ricordi, sensazioni, attitudini, inquietudini: ogni nostra antenata ha aggiunto un frammento di sé e non possiamo scegliere quello che ci conviene tenere e cosa, invece, preferiremmo eliminare.
Quel DNA mitocondriale originario è sempre lì, dentro di noi: si ricombina, cambia, si scompiglia, ma non rinnega la sua essenza.
Ci sono realtà difficili da accettare, verità che non abbiamo il coraggio di ammettere neppure con noi stesse.
A volte, sprazzi di consapevolezza squarciano il velo delle nostre abitudini, confondono i sentieri già tracciati e rimescolano le carte: possiamo ignorarli, per paura del cambiamento, oppure accoglierli e prendercene cura, come se fossero la più preziosa delle creature.
In questa storia possiamo riconoscerci perché a tutte noi è capitato - o capiterà - di trovarci in situazioni simili, nessuna esclusa: è proprio quando si pensa «a me non potrebbe succedere mai» che le cose accadono. A volte non in maniera eclatante, tutto d’un colpo come una lama spinta a forza nella carne: più spesso, è un lavorio lento e progressivo, un veleno dolce che noi stesse beviamo avidamente perché ci hanno convinte di non valere abbastanza per meritare di meglio, che il mondo va così, che è addirittura giusto che sia così.
Volerci bene e prenderci cura di noi stesse è, in fondo, la cosa più difficile per noi donne: secoli di patriarcato ci hanno modellate secondo i desideri più beceri e primordiali dell’uomo. Generazioni di madri hanno, più o meno inconsapevolmente, iniettato questo veleno nelle vene delle proprie figlie, aumentandone addirittura la dose per compiacere il padrone di turno.
La Grande Madre è stata calpestata, umiliata, cancellata dalla Storia per far posto a divinità che sono sempre e solo di sesso maschile – a parte qualche virago, una vergine che partorisce senza peccato e uno stuolo di ancelle obbedienti.
È più frequente che le donne si scaglino l’una contro l’altra anziché contro chi le sta vessando, è più facile insegnare a chinare la testa che ad alzarla e tenerla dritta malgrado tutto.
La solidarietà femminile è spesso, purtroppo, un atteggiamento che ci fa provare compassione per le vittime, consentendoci, allo stesso tempo, di prenderne le distanze: ci fa sentire superiori perché siamo intimamente convinte che a noi non potrebbe accadere, non ci cacceremmo mai in certe situazioni.
Siamo sicure di non essere delle sprovvedute.
Invece sì, quello che accade a una di noi riguarda tutte indistintamente, perché quel veleno ce l’abbiamo dentro e ci circonda: non basta protestare in occasione di qualche tragedia, non servono i convegni e le belle parole. Occorre ribellarsi continuamente e con metodo, ricominciando dalle piccole cose: un vestito scelto secondo i nostri gusti, un “no” deciso di fronte a una richiesta che non vogliamo soddisfare, il coraggio di restare da sole piuttosto che in compagnia dell’uomo sbagliato. Dobbiamo essere unite, aiutarci l’una con l’altra, avere la forza di camminare tutte assieme tenendoci per mano, sostenendoci senza permettere che qualcuna resti indietro.
Bisogna trovare il coraggio di prendere in mano le nostre vite, costi quel che costi, perché essere noi stesse non ha prezzo.
E se nessun uomo sarà degno di stare al nostro fianco - alle nostre condizioni - poco male: siamo perfettamente capaci di restare in piedi da sole.
L’essere più aggressivo e crudele ha preso il sopravvento con la forza, ci ha convinte che, per sopravvivere, dovevamo dimenticarci chi eravamo e sottometterci al suo volere: c’è riuscito per secoli ma noi siamo sopravvissute, abbiamo custodito gelosamente i frammenti della Grande Madre, li abbiamo salvati uno a uno nascondendoli nell’unico posto in cui non avrebbero mai potuto trovarli.
Ho immaginato tre maternità, diversamente solitarie. Tre donne e il loro cammino verso la libertà di essere se stesse.
Gli uomini si sono fin da subito affrettati a ricondurre le donne a Eva, la Grande Madre di tutta l’umanità: ci hanno sminuite e soffocate per secoli, ridotte a una costola dell’uomo, sottomesse per dogma a tutti gli Adamo del mondo.
Ma noi siamo figlie di Lilith."

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