lunedì 3 agosto 2026

Riflessioni: "Il piatto dell'angelo".

Il piatto dell’Angelo.

A casa mia si è sempre cucinato in gran quantità.
Pentoloni enormi campeggiavano su ogni fornello disponibile e, quasi sempre, anche il forno e il focolare erano impegnati.
Il sugo, che doveva sobbollire per ore.
Le minestre, sempre gradite quando fa freddo.
I legumi, che sono più saporiti se cotti nella pignatta.
Qualche patata sotto la cenere.
Il pane, la pasta al forno, il sartù di riso.
Si poteva sfamare un esercito, e non perché fossimo in tanti a sederci a tavola o fossimo particolarmente ricchi: nulla andava mai sprecato, si finiva tutto o si riciclava in qualche altra preparazione.
Non ricordo molti dolci, solo nelle grandi occasioni, ma quantità esagerate di conserve e marmellate preparate con tutto quello che era di stagione.
Chiunque venisse a trovarci non poteva esimersi dal mangiare, anche se lo aveva appena fatto a casa sua: sarebbe stata un’offesa imperdonabile rifiutarsi.
E nessuno mai avvisava del suo arrivo o si presentava a mani vuote: si bussava, se la porta non era già aperta, si chiedeva permesso e ci si accomodava come a casa propria; si portava in regalo un po’ di verdura o di frutta dell’orto o un piatto caldo, rigorosamente avvolto in uno strofinaccio a quadretti.
Nelle occasioni meno spensierate, come la visita a una persona malata o a un notabile, si portava un chilo di zucchero e un pacco di caffè: cose comprate, costose, chic.
C’era un viavai di gente a qualunque ora e nessuno si preoccupava se la casa era in disordine, anzi: voleva dire che si era impegnati a fare qualcosa di più importante che allineare i ninnoli sui mobili.
Le persone più abbienti avevano il salotto buono, quello con la porta perennemente sprangata e un vago odore di chiuso, che si apriva solo nelle grandi occasioni per visitatori davvero importanti: entravamo lì timorosi e mancava poco che ci inginocchiassimo come quando si entra in chiesa. Zitti e buoni, seduti composti, occhiatacce al minimo accenno di intemperanza.
La cosa più bella del salotto buono, per noi bambini, era il vassoio ricolmo di caramelle - non quelle stucchevoli alla frutta che, a volte, ti davano come resto: le “Rossana”, il Santo Gral di tutte le caramelle. Costavano un occhio della testa, non venivano comprate per essere mangiate, ma come status symbol.
Ne prendevamo una: prima occhiataccia.
Prendevamo la seconda sperando di non essere visti: altra occhiataccia e la silenziosa promessa di fare i conti “dopo”.
Alla terza, gli adulti ci mandavano via con una scusa: quello era il momento di scappare e restare fuori dai piedi per un bel po’, fino a che le acque non si fossero calmate.
Ma, per una “Rossana”, questo e altro.
Da adolescenti, il salotto buono era anche sinonimo di liquori, rosolio, fragoline e more sotto spirito: la scena si ripeteva uguale, con gli alcolici al posto delle “Rossana”. Spesso, in aggiunta alle “Rossana”, più facili da arraffare e correre via.
Sono partita pensando che, più o meno, si vivesse così ovunque.
Quando sono andata al Nord, per lavoro, ho scoperto un mondo diverso: per andare a trovare un’amica bisognava telefonare e prendere un appuntamento come dal dottore; cenare assieme significava ordinare una pizza e pagare la propria parte con precisione maniacale.
Ad ogni modo, fare amicizia non era così facile.
Se invitavo un uomo a prendere un caffè, puntualmente quello capiva “andiamo da me e facciamo sesso selvaggio!”; se invitavo una donna, quella a volte capiva la stessa cosa e, per non offendere, mi proponeva un “ape” in qualche locale chic.
Le rare volte in cui sono entrata in casa di qualcuno – dopo anni e anni di conoscenza – puntualmente sentivo di essere percepita come un’ispettrice della ASL.
“Scusa il disordine, la casa è un disastro, non ho avuto tempo di pulire!”
In realtà, ogni volta entravo in una specie di sala operatoria e sono pronta a scommettere che gli oggetti fossero disposti usando righelli, goniometri e bolle.
Ma la cosa che mi colpiva di più era l’assoluta mancanza di odore di cibo, come se nessuno vivesse lì.
Cucine immacolate, come appena uscite dal rivenditore
“Eh… devo cambiare i mobili, hanno quasi 10 anni!”
Non è qualcosa che ha a che fare con la pulizia, ovviamente, ma col vivere o meno in casa propria.
D’altro canto, se sei fuori tutto il giorno, ti fai la doccia in palestra, fai l’apericena e la colazione al bar, il fine settimana fai un piccolo viaggio, quando la vivi quella casa?
Telefonate concordate. Appuntamenti come dal dottore.
Pizza a domicilio.
Apericena.
Cucine senza odore.
Ma la cosa che mi ha lasciato di stucco è stato sentirmi chiedere quanti grammi di pasta ero solita mangiare, boccuccia a culo di gallina, pacchetto di pasta in mano e bilancia da cucina pronta all'uso.
Come posso saperlo?
Dipende da quanto è buona, da quanto e come è condita, da quanta fame ho, se c’è un secondo o no… che ne so?
Anche oggi che sono da sola, io continuo a cucinare almeno una porzione — abbondante — in più rispetto a quella che potrei mangiare abbuffandomi: è il piatto dell'angelo, quello che si preparava sempre per chi sarebbe potuto arrivare, all'improvviso, senza bisogno di avvisare.
Ci sono solo io, una moltitudine di fantasmi e un esercito di gatti.
Va bene così: quello che resta, lo scalderò per cena.






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