Il romanzo di Barbara Becheroni è una raffinata e struggente biografia romanzata dedicata ad August von Platen, una delle figure più enigmatiche e tormentate dell’universo poetico, ingiustamente poco conosciuto.
Partendo dalla traduzione diretta del diario personale del poeta, l’autrice riesce a coinvolgere il lettore in una ricostruzione storica degli eventi mai noiosa, perché intensamente empatica: un uomo perennemente in bilico, diviso tra il dovere imposto dal suo rango e dalla sua terra d’origine e la passione sensuale e liberatoria del Mediterraneo.
Una vita breve e intensa, un racconto circolare che si apre con le speranze di una madre, la contessa Christine Luise, e termina con le lacrime per quel figlio fragile e incompreso dal mondo, morto da solo, in una terra lontana.
Nel mezzo, si consuma in fretta la vita del poeta, tra passioni estatiche e indicibili sofferenze.
Una storia, e un romanzo, più che mai attuale, di questi tempi: la ricerca di se stessi, la scoperta della propria omosessualità e lo stigma sociale, la passione e la vergogna, le disillusioni e l’arte.
E l’Italia, che non è solo sfondo ma, di volta in volta, madre e matrigna.
Barbara Becheroni è riuscita nell’intento di narrare l’uomo e anche il poeta disposto a morire “per ciò che è bello”, sottraendolo finalmente dall’angolo polveroso in cui era stato relegato per secoli dalla fama indiscussa di Goethe e dallo scherno feroce di Heine.
Non è sempre facile districarsi in questa lettura fluida ma claustrofobica, perennemente focalizzata tra le devastanti somatizzazioni e la struggente malinconia del protagonista. Lo stile di Barbara Becheroni è elegante, fluido e chiaro e rende bene l’idea del lento ma inesorabile logoramento nel quale il poeta, eterno sconfitto, si consuma.
Consigliato ai lettori che prediligono l'introspezione psicologica all'azione lineare.
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